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Seconda via a destra dello Sperone Centrale
Terminillo, 24/12/2008
Presenti: Luca, Alessio, Michele, Ostermann e De Witt
1) Relazione stile “Simone Moro”
Eravamo partiti per compiere una grande impresa: la traversata in solitaria invernale, con occhi bendati e una mano legata dietro la schiena, del Karakorum nel senso della lunghezza. Ma solo un maledetto imprevisto ci ha impedito di puntare al nostro vero obiettivo: avevamo dimenticato la maglia “Liabel” a casa, quella con il cotone all’interno e la lana fuori. Solo chi ha esperienza di alpinismo estremo sa cosa vuol dire sopportare la lana sulla pelle.
Abbiamo perciò ripiegato su un altro obiettivo, meno altisonante forse, ma non meno difficile (e riuscendo a convincere quasi la metà dei nostri sponsor tecnici): il Terminillo.
Si parte battaglieri, e dotati di ogni ammennicolo tecnico: piccozze, ramponi, corde, chiodi, viti da ghiaccio, cordini e tutto quanto si trovi sulla frontiera tecnica dell’alpinismo contemporaneo. Stavolta non è la vetta che conta, già calcata innumerevoli volte, ma il modo in cui ci si arriverà. La meta, questa volta, è il viaggio.
Il risveglio è a ore antelucane, il freddo è già intenso a passo Corese, dove ci fermiamo a raccogliere Alberto “Osterman” e a consumare una colazione fatta di barrette energetiche e integratori liquidi. Nulla va lasciato al caso, soprattutto l’alimentazione: la disidratazione, su queste montagne, è uno dei pericoli più concreti.
Giungiamo a Campoforogna che il giorno ancora deve farsi e sostiamo davanti al muro di neve che sbarra gli ultimi due chilometri di strada verso il rifugio Sebastiani. Un ostacolo che, ovviamente, non può spaventarci: polverizziamo l’immane muraglia a colpi di piccozza e, in pochi minuti, apriamo la strada alla nostra voglia di avventura.
Parcheggiamo e in pochi secondi siamo pronti. Ci avviamo rapidi, in silenzio, come una processione mistica, verso la parete che sbarra i nostri sogni. La neve e alta e si sprofonda fino alla vita. Ma la raggiungiamo in pochi minuti, con passo tenace. La analizziamo velocemente, per individuare la linea più difficile e repulsiva. La scegliamo e ci dirigiamo all’attacco.
Entriamo in un canalino stretto e ripido, quasi verticale. La neve tiene poco e il rischio di una scivolata è concreto. Un volo che si concluderebbe solo a valle. E con un esito letale. Ma procediamo slegati e senza mettere protezioni: il terreno, del resto, non lo permette. La delicatezza dei passaggi ci costringe a un silenzio totale e concentrato.
Arriviamo alla fine del canale e la strada è sbarrata da un salto strozzato tra due quinte di rocce fragili. L’avevamo visto dalla base. Sapevamo che la vittoria sarebbe dipesa dal superamento di questo ostacolo.
Tocca al migliore. Al più coraggioso. Le corde escono dagli zaini. Viene attrezzata una sosta effimera, con la piccozza come corpo morto. Una sosta che rappresenta solo un fragile appiglio psicologico: difficilmente reggerebbe un volo. Ma Luca parte lo stesso, rapido e deciso. Con la forza, l’agilità e la tecnica dei più forti scavalca la strozzatura. Decide di non assicurarsi ulteriormente, anche se uno spuntone roccioso si offre, unico misero aiuto in un deserto costellato solo di difficoltà, rocce instabili e sfasciumi appena incollati tra loro da un velo di neve ghiacciata.
In pochi attimi sparisce alla nostra vista, che restiamo fermi in sosta a combattere il gelo intenso. Sopra le nostre teste vediamo solo il filo della corda che si dipana, mentre pezzi di giaccio e roccia cadono veloci, sfiorandoci sibilando. La corda, improvvisamente, si ferma. Nel silenzio irreale ci giunge la voce di Luca: «Molla tutto!». Ce l’ha fatta. È sopra. Ora tocca a noi.
Siamo quattro e dobbiamo sbrigarci. Il tempo, su queste montagne, è una risorsa preziosa. Decidiamo di procedere usando la corda come una fissa, assicurandoci con un prusik. Solo Fede “De Witt”, ancorato a un esile chiodo infisso nella roccia, partirà legato alla corda. A lui il compito di recuperare il materiale e di combattere per altri, lunghi momenti con il freddo che morde la pelle e penetra nelle ossa.
Raggiungiamo uno dopo l’altro Luca, fermo in sosta sulla aerea cresta dello Sperone centrale. Ha superato un tiro di 40 metri, con difficoltà estreme soprattutto negli ultimi metri, in uscita. Ci complimentiamo con lui, sospesi nel vuoto di questa cresta elegante. Proseguiamo verso la cresta sommatale e la vetta.
Una breve pausa ci restituisce un po’ di vigore. Ma il riposo serve solo a ricordarci che siamo ancora a metà dell’impresa. Ci caliamo con esperta prudenza nel Canalone centrale, bucando cornici che ricordano marosi in tempesta. Questi sono i momenti in cui l’appagamento è in agguato ed è foriero di distrazioni e incidenti. Ma il nostro rispetto per la montagna ha il sopravvento sulla nostra stanchezza.
Arriviamo in fila alla base della parete, che avevamo ammirato già qualche ora prima. Ci raccogliamo in un saluto colmo di gratitudine e di speranza: la speranza che nuove difficoltà e nuove prove generose ci attendano ancora.
E che altri sponsor siano disposti a finanziarci.
2) Relazione “ironica ma realistica”
Ormai due cose sono attese in tutto il mondo la vigilia di Natale: 1) che arrivi Santa Claus a portare i doni e 2) che giunga la notizia di un’altra, memorabile impresa alpinistica da parte di quelli de “L’alpinista”.
Anche quest’anno il secondo evento si è verificato, con la puntualità di un appuntamento ormai tradizionale quasi come il panettone. Scegliamo il Terminillo: montagna a portata di mano, ma mai banale, mai avara di emozioni. Difficoltà tecniche, panorami, ambiente a due ore da casa. Una montagna che è come l’Amaro Lucano… cosa volere di più dalla vita?
(In verità Alessio ha rotto fino a due ore dalla partenza perché voleva andare a fare una montagna nuova, anche facile, tanto chissenefrega… du’ ciaspolate e via, senza troppi ingaggi che tanto è Natale…).
Partiamo comodamente: appuntamento alle 7.30 a Passo Corese a prendere Alberto. Sosta al bar a consumare, caffè, cappuccini, bombe alla crema, cioccolata, paste e lieviti vari. Ripartiamo verso le 8.15.
Un’ora dopo siamo a Campoforogna. La strada per il Sebastiani è sbarrata, ma ci hanno detto che forse la aprono. Si potrebbe proseguire a piedi…, ma col cavolo! Aspettiamo comodamente seduti in macchina che una ruspa della forestale ci faccia strada. Parcheggiamo al Sebastiani, ci vestiamo in tutta comodità e alle 10.30 siamo finalmente sotto la parete Est del Terminillo (fortunatamente non si affondava troppo: la neve era davvero molta ma “portava” abbastanza bene).
Discutiamo a lungo sul da farsi. Come al solito siamo carichi di materiale che nemmeno la spedizione italiana al K2: tre corde, chiodi e viti da ghiaccio a profusione, due piccozze a testa. Il motto è il solito: “per scaramanzia è meglio portarsi tutto”.
Nonostante questa profusione di attrezzi tecnici, gli sguardi di molti di noi insistono languidi sul facilissimo Canalone Centrale. Scartiamo la via di misto che percorre lo sperone al centro (“ma che siete scemi? È natale… io voglio tornare a casa a festeggiare”). L’insistenza dei più decisi (cioè di tutti tranne Alessio…) fa puntare il gruppo verso la seconda via di misto che insiste più a destra sullo stesso sperone.
Arriviamo all’imbocco di un canalino che da sotto si intuiva solo, ma non si vedeva. È bello, chiuso e abbastanza ripido: una cinquantina di metri di sviluppo, con pendenza massima intorno ai 50-55 gradi. Davanti è Alberto a battere la traccia.
Alla fine il canale è chiuso da una strozzatura, con poca neve e una roccia affiorante nel mezzo. Ci fermiamo a discettare sulle varie alternative tecniche. In teoria siamo tutti dei campioni. Ogni tanto qualcuno si volta a guardare il canale appena percorso ed esclama “però, mica male! meglio non scivolare proprio qui…”.
Il chiacchiericcio è interrotto da quello che tutti stavano aspettando, ossia dalla voce di Luca che esclama: “vado io: faccio una sosta e parto”. Quindi sotterra una piccozza a corpo morto, mentre Alberto estrae una corda. Luca ci si lega e viene assicurato. Parte, supera la strozzatura piuttosto facilmente, poi scompare alla vista.
Noi fermi nel canale parliamo e scherziamo a tutta voce, tanto che Luca deve ripetere il sua “molla tutto” almeno tre volte… Nel frattempo Fede ha trovato un buon chiodo sulle rocce a destra del canale e ci si è assicurato con un barcaiolo sulla corda. Noi tre restanti decidiamo di fare le cose più in fretta, assicurandoci alla corda con un prusik.
Il tiro risolto da Luca è di una quarantina di metri, ripido e infido all’inizio ma difficile soprattutto in uscita, dove ci sono 4-5 metri di arrampicata su misto non banali (direi un II+ di difficoltà su roccia, però con rocce marce), abbastanza esposti. Il tiro finisce sulla cresta dello Sperone centrale, che si innesta una ventina di metri dopo sulla cresta sommitale del Terminillo.
Luca, oltre a essere l’apritore del gruppo, è anche il fotografo ufficiale. Dalla sosta ci bersaglia di foto chiedendoci pose il più possibile eroiche proprio sul passaggio più delicato: “ecco, fermo così… aspetta… sposta il piede sinistro più a destra se puoi… non puoi? Vabbe’, stai fermo però. Sicuro che non puoi alzare almeno una piccozza, per dare un po’ di dinamica all’immagine? No?”.
Ci riuniamo sulla cresta, scambiandoci arance vegetariane di Osterman, tè balsamico di Alessio e, unica cosa permanete degna di essere ingurgitata, i panini al prosciutto di Federico.
In vetta incontriamo gli unici altri alpinisti presenti in zona, un gruppo guidato dal presidente della sezione CAI di Rieti. Discutiamo animatamente del progetto di costruzione di nuovi impianti di risalita sul versante di Leonessa. C’è uno tra i reatini che è favorevole. Democraticamente, lasciamo che esprima la sua opinione. (Per chi volesse recuperare il cadavere: è sul versante nord, ma occorrerà attendere il disgelo primaverile. La piccozza infissa in fronte è di Michele, siete pregati di restituirla al legittimo proprietario.)
Scendiamo disordinatamente dal Canalone centrale. Il Sebastiani è chiuso e quindi rinunciamo al vero obiettivo della giornata: la polenta al rifugio. Si torna a Roma, soddisfatti e con un vago sentore di Amaro Lucano in bocca…
OSTERMAN E IL VIAGGIATORE SUL TETTO DELL'OBERLAND

L'impresa fu a lungo agognata. Un blitzkrieg che consentisse di mettere piede nel fascinoso e sconosciuto Oberland bernese, giungere al rifugio e da lì approntare la salita al mitico Finsteraarhorn, il "corno nero di Aar" che con i suoi 4.274 metri capeggia i quattromila di questa splendida regione.
La stagione era stata magra e piena di insoddisfazioni per l'assatanato Osterman e il Viaggiatore angloamericano. A marzo una salita con pelli di foca al Maiori era abortita malamente; una successiva e ambiziosa (Intermesoli e canale Bissolati) due giorni sul Gran Sasso era andata a farsi benedire causa tormente di vento e neve che flagellavano senza soste la celebre zona. Più soddisfacente una salita al Pizzo Deta via Prato di Campoli e, ovviamente, l'impresa invernale sul Murolungo (Long Wall) con apertura dell'inedito couloir Freeman e il superamento dell'indicibile Petrucci Step (partecipanti Osterman, il Viaggiatore, De Witt, Coolhand Luke Reale e Julius "Iena" Petrucci). A peggiorare le cose l'ignominioso infortunio incorso ad Osterman in solitaria sul Canale Bissolati, con t anto di soccorso in elicottero, nel mese di maggio.
Una stagione invero deludente! Ci si attendeva dunque il colpo d'ala che risollevasse le sorti del gruppo, e in particolar modo del celebre duo. Dunque l'Oberland e il Finsteraarhorn, e nulla di meno.
Appuntamento all'alba del 28 luglio nelle magioni piemontesi del Viaggiatore. Partenza alla volta della Svizzera e arrivo a Fiesch a metà mattinata. Funivia fino a Kuhboden (2.200 metri) e di lì si fila come fusi in direzione di Marjelensee, da dove si attacca il favoloso e leggendario ghiacciaio di Aletsch. Agli occhi del Viaggiatore si apre lo spettacolo grandioso del più lungo ghiacciaio delle Alpi, con i suoi 23 km. I pericoli non mancano: crepacci spaventosi, insidie di ogni genere, dubbi e incertezze di Osterman, provato dall'incidente sul Bissolati e un po' fiaccato nella sua celebre fuducia che rasenta la temerarietà. Il percorso è lungo et accidentato, nessuna palina, né altre segnaletiche. Si procede a naso, confidando nel buonsenso, il che non evita deviazioni e imprevisti che rallentano il cammino. Si giunge comunque alle due morene centrali e le si risale (8 chilometri, signori!) per poi ripiegare a destra, attraversare l'immane colata di ghiaccio (crepacci!) e raggiungere le morene sottostanti il Konkordiahutte, prima tappa dell'avventuroso viaggio, ove giungiamo a metà pomeriggio.
29 luglio. Partenza all'alba sotto la pioggia e discesa dal rifugio per 150 metri lungo una scala verticale che conduce al ghiacciaio. Da qui si risale il ghiacciaio di Gruneggfirn (3 km) fino al Grunhornlucke (3,280 metri), la sella che si affaccia sul ghiacciaio di Fiesch, grandioso e secondo soltanto a quello di Aletsch. Davanti a noi si presenta il Finsteraarhorn in tutta la sua bellezza. Scendiamo dalla sella, attraversiamo il ghiacciaio e, rinfrancati dal tempo che sembra volgere al bello, risaliamo alla Finsteraarhornhutte dove ci presentiamo all'ora di pranzo. Glorioso pasto a base di rostli (vegetariano per il reprobo Osterman). Cena, socializzazione con le numerose cordate presenti, morale alto se non altissimo. Si va a dormire con l'animo pieno di buoni propositi e qualche inevitabile preoccupazione circa gli esiti del l'impresa dell'indomani.

30 luglio - the day. Sveglia alle 03.30, parca colazione e alle 04.15 siamo in marcia. Si risale per facile sentiero che porta all'attacco del ghiacciaio soprastante, a tratti ripido e affatto banale. Da lì ci si porta su una cresta rocciosa (sentiero) e si giunge alla Fruhstuckplatz, da cui si accede al ghiaccaio che scende dal monte. Passaggio critico su breve e stretta cengia (ghiaccio vivo e crepacci sottostanti) da superare con molta, molta attenzione (qui il Viaggiatore, che le cengie patisce, avrà qualche brivido). Si risale su neve i 400 metri di dislivello che portano alla Hugisattel (4.080 metri di quota). E' il nostro momento, a lungo desiderato. La cresta che porta in cima è davanti a noi, bellissima e non priva di pericoli. La salita, nonostante la presenza di numerose cordate, procede spedita. Si super ano punti critici, tratti di neve e ghiaccio con esposizioni da brivido, risalendo con inusitata eleganza. La cresta è impressionante per l'esposizione a est (1.000 metri di caduta nel vuoto) e il ripido pendio a ovest (siamo oltre i 50 gradi). E tuttavia, impavidi, giungiamo sulla stretta vetta verso le 10.00, dove ci esprimiamo reciproca stima. La discesa non è affatto semplice, si procede assicurandoci, tranne che nell'unico tratto di neve e ghiaccio che verrà percorso con sicurezza, consapevolezza e stile a noi inusuale. Dalla Huggisattel in giù è una marcia trionfale. Il rifugio ci accoglie benevolo.
31 luglio - La lunga marcia. Ci attendono 22 chilometri di marcia fino a Kuhboden. Una lunga strada che percorriamo con gioia ma che troverà non poche difficoltà quando giungiamo a Konkordiaplatz e dovremo attraversare più volte l'Aletschgletscher alla ricerca di un passaggio tra i numerosi crepacci. Alle 15 giungiamo in vista di Marjelesee, percorrendo una seraccata impressionante. Alle 17, sfiniti da una strada percorsa all'80 per cento con i ramponi ai piedi, siamo a Kuhboden. La funivia è lì che ci attende, e Fiesch ci appare come un luogo benedetto dagli dei della montagna.
Ce l'abbiamo fatta. Abbiamo risollevato le sorti della stagione con un'impresa faticosa ma bellissima in una delle montagne più belle della Svizzera, classificata PD ma certamente un po' più difficile per il ghiaccio presente sulla cresta finale. Osterman parla di "gita più bella della sua vita"; il Viaggiatore, al suo secondo quattromila, ripensa ai passaggi critici e assapora una soddifazione mai provata in precedenza. Al passo del Sempione ci fermiamo per una fetta di torta. Felici come non mai.
Peter Freeman
Inverno a Gressoney
Nonostante il grande lavoro qualcosina abbiamo fatto:

Fine Novembre, primi passi di scialpinismo

Cascata della Tchampa V+ fine novembre

Cascata della Jolanda ... primi di gennnaio ... pazzi???

Ubriachi di fuoripista... o solo ubriachi sulle piste?

Lavoro, duro lavoro...
E a fine aprile e fine stagione scialpinismo con la mia coinquilina. Ma qui non posso publicare nessuna foto per problemi di privacy (già la mia coinquilina è molto famosa)
Grazie Alla Prossima. Chissá maari in altri luoghi e altri mondi.
Buona estate a tutti.
Franz
Inverno Monte Rosa
Aggiornamento situazione meteo
Caldo africano, poca neve primaverile. Attese nevicate in settimana.
Le cascate son cascate tutte.
Un saluto a tutti
Estate Al Monte Rosa

Foto: Vista sul Cervino dall'attacco della cresta Rey alla punta Dufour
Ecco la stagione estiva è finita, i turisti sono andati via e la valle di Gressoney è tutta per noi. Noi che qui ci lavoriamo, noi che qui ci viviamo. E allora via alle danze, una bella camminata a segnare i sentieri, arrampicare un po’ qui un po’ la e un po’ di alpinismo eroico sopra i quattromila. Poi le vacanze fuori dalla valle, qualche giorno a Roma per il matrimonio del secolo (Giulio te tocca). Poi Barcellona e dintorni tra feste e arrampicata di un certo livello. Ci si riposa prima della stagione invernale che mi vedrà impegnato al Rifugio Guglielmina come cuoco, due metri di neve fuori, meno quindici di temperatura media e tante bocche da sfamare.
Ma torniamo a noi e alle nostre meritate vacanze.
Qui in valle le attività per chi è amante di questo mondo non mancano. C’è il Paretone ad Arnad (bassa valle Aosta) per le vie lunghe, c’è la val Orco e le sue fessure interminabili da proteggere con friend e dadi, ci sono i sassi da pulire dai licheni per fare boulder.
C’è la classica e pur sempre bellissima traversata dei Lyskamm, un salto alla Piramide Vincent, un saluto ai vari gestori di rifugi in chiusura ( e quando una cucina chiude c’è sempre tanto cibo da far fuori - sgnam). Ci sono i grandi progetti nella Corona Imperiale Svizzera (Dent Blanche - Weisshorn) che purtroppo quest’anno dovranno aspettare ( vedi matrimonio secolo).

C’è da pensare a dove aprire vie nuove e a dove montare settori di arrampicata sportiva ( quella parete sembra interessante, mi dicono ancora vergine). C’è torrentismo e speleologia, le feste delle guide, le feste perché si, gli amici ( di fuori e della valle).

Quando ti devi rilassare poi vai alle terme. Con il corpo in ammollo a 50 gradi guardi in su e vedi la cima del Monte Bianco e la cresta di Peuterey. E fai nuovi progetti.

Ma senza fretta tanto ora non devi più fare 800 Km per venire. Sei già qui, ci vivi. Quando il tempo è stabile, prendi lo zaino e vai dove vuoi.
Un invito a tutti a venire da queste parti a sciare e a ghiacciare le numerose cascate. O se preferite per la prossima estate.
Sarete sempre a casa vostra come io qui mi sento a casa mia.
Un saluto Franz