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martedì, 28 luglio 2009

I LENTISSIMI (MA FORTISSIMI...)

In una luminosa giornata di gloria Osterman e il Viaggiatore conquistano il Piz Palù (3.901). Il terzo uomo della spedizione, De Witt, è costretto alla rinuncia causa malanni.  Cronaca di una spedizione durata tre giorni e di una interminabile ascesa.

All'inizio doveva essere il Bernina (4.049), un altro quattromila da inanelare nel già prestigioso carniere della celebre coppia. E in aggiunta, come aperitivo di lusso, il magnifico Palù. Ma la montagna, i suoi misteri beffardi e gli scherzi del destino hanno voluto che andasse in altro modo. Capita così che la cima secondaria diventi la prescelta, la più desiderata ed ambita, oggetto di quel genere di ossessione che ben conoscono gli alpinisti di questo inizio millennio: "Palù, Palù, Palù…, se non ci fossi tu…".

Ma eccovi la cronaca della splendida impresa che resterà negli annali alpinistici quanto meno per la durata (da primato: 11 ore e mezza), caratteristica assai particolare che assegna fin da ora alla coppia Osterman-Viaggiatore il meritato soprannome de "I Lentissimi (ma fortissimi)".

Il 24 luglio, nelle prime ore del pomeriggio, i componenti della spedizione si sono ritrovati a Tirano, località di frontiera della Valtellina. I tre sono De Witt, atterrato da poche ore all'aereoporto di Orio al Serio proveniente da Londra, Osterman l'assatanato e lo speranzoso Viaggiatore anglo-americano. L'obbiettivo è chiaro, lineare e condiviso: muovere il giorno appresso alla conquista del Palù, spostarsi il 26 al rifugio Marco e Rosa e il 27 espugnare il Bernina, rientrando la sera stessa e a marce forzate in Italia.

Alle 17 la spedizione, dopo aver varcato il confine svizzero, risalito la Val Poschiavo e valicato il Bernina Pass, è alla partenza della funivia che sale al rifugio Diavolezza (quota 2.900). Osteman l'inaffidabile è partito con passaporto scaduto ma i frontalieri chiudono volentieri un occhio davanti alle magnifiche sorti e progressive del composito gruppetto di avventurieri. Alle 17.30 la spedizione è alla "reception" del Diavolezza, ex rifugio di classe trasformato in un dormitorio, scelta commerciale che lo pone al di fuori dalla gloriosa tradizione del C.A.S. C'è la jacuzzi all'aperto, la boutique, il tè caldo per i termos servito la sera alle 20 anziché all'alba, le camerate non accessibili prima delle due di pomeriggio, i prezzi modello Saint Moritz e financo una truppa di giapponesi vestiti da campagna venuti a dormire quassù (miracoli dei tour operator). Tuttavia la sbobba è passabile e il morale alle stelle. Osterman e il Viaggiatore sono in uno stato di forma smagliante, e così De Witt almeno all'apparenza. La vista dalla terrazza del Diavolezza è semplicemente astonishing: davanti allo sguardo fanciullesco si stagliano il Piz Cambrena (3603), il Piz Palù con le sue tre cime, il Bellavista (3.922) e il Pizzo Bernina. Un anfiteatro maestoso con sottostante il bel ghiacciaio del Pers. Tutto appare perfetto, sebbene il tempo peggiori con nuvole e nevischio.

Tutto congiurava contro...
Sveglia alle tre e mezza e partenza di lì a poco per il Palù dalla via normale che risale il ghiacciaio fino alla cima orientale e di lì, per cresta esposta, fino alla cima centrale. Il tempo non è dei migliori: nevischia e la visibilità è pessima. La spedizione si accoda ad una cordata italiana condotta da una simpatica guida di San Gallo (da noi soprannominato "Bergfih") e la supera di slancio. Osterman, l'inaffidabile e cacadubbioso, comincia la sua sottile opera di disfattismo volto a seminare dubbi e minare il morale: "Che si fa?"; "Qui non accenna a migliorare", "La pressione è bassa". Il Viaggiatore, marmoreo: "Si va!". De Witt, che guida la cordata, sostanzialmente tace e scopriremo di lì a poco il perché. Superiamo tuttavia facilissime roccette e la morena che si affaccia sul ghiacciaio. Ci leghiamo, montiamo i ramponi e proseguiamo verso i primi crepacci. Il percorso si fa più ripido e il tempo resta brutto. Giungiamo verso le 6.30 al primo rialzo, quota 3.300. Pausa di riflessione. Il Viaggiatore, seppur pessimista sul tempo, vorrebbe proseguire. Osterman lancia micidiali segnali contraddittori chiedendo supplementini ("ancora un quarto d'ora"). De Witt ritiene anch'egli che il tempo non migliori e propone di rientrare. Con le pive nel sacco, riscendiamo verso il ghiacciaio incrociando altre cordate che salgono in vetta. Duecento metri più sotto, puntuale e crudele, giunge la schiarita perfetta: il cielo si apre, il sole scaccia ogni residuo nuvoloso, la cima - bellissima - del Palù splende 800 metri sopra di noi. Nuova pausa, qualche imprecazione, altro consulto. Si decide di ripartire, ricuperiamo di slancio i 200 metri discesi, ne saliamo altri 100 ma ecco che giunge la sorpresa più sgradevole e inattesa: De Witt, il nostro capocordata, non sta bene. Fiacca pazzesca, gambe molli, giramento di testa, intestini in subbuglio. Proviamo a trascinarlo per altri 50 metri prima dello stop definitivo. E' una sconfitta amara, foriera di innumerevoli incognite per le ore a seguire. L'umore del Viaggiatore, che mal sopporta la ritirata, è pessimo.

De Witt kaputt, comunque fuori gioco...
Al rifugio si mangia (3 roestli con uova e prosciutto: 88 euro, grazie), ci si riposa, si riformulano i piani. La proposta: se De Witt migliora si ripartirà al mattino per il Palù, accantonando il Bernina. De Witt non migliora, anzi: ha la faccia di un cadavere e i suoi intestini ballano una rumba trascinante. E' sabato sera e il rifugio è pieno in ogni ordine di posti, come il Twickenham quando c'è il Sei Nazioni di rugby. Nuovo piano di battaglia, questa volta definitivo. Osterman e il Viaggiatore muoveranno all'alba ma non più dalla via normale bensì risalendo la Fortezza, raggiungendo le terrazze del Bellavista e da lì scalando prima la vetta occidentale (lunga cresta rocciosa), poi la vetta centrale e infine quella orientale, scendendo infine dalla via normale. Commento di Bergfih: "Lungo, molto lungo".

Si parte alle 6, un'ora e mezza dopo, "per evitare l'affollamento". Lungo la via normale è una processione infinita, un fila di formiche. Scendiamo sul ghiacciaio e lo risaliamo come lippe fino all'attacco della Fortezza. Risaliamo il nevaio di cresta e giungiamo all'attacco di una cresta di rocce (100 metri di dislivello da superare). C'è la coda, alcune cordate lente che inzeppano e si incrociano sulla parete. Osterman, l'inaffidabile: "Che si fa?", "Non mi sembra affatto banale". Il cacadubbioso medita un altro ritiro? Il Viaggiatore, sic et simpliciter: "Col cazzo! Si va!". E aggiunge: "Se passano quelli passiamo anche noi". In realtà la via è chiodata e tranquillamente percorribile, con passaggi di secondo e, saltuariamente, di terzo. Ma il tempo trascorre, inesorabile. Alla mezza siamo alle terrazze di Bellavista, scendiamo verso il colletto fino all'attacco della lunga cresta di rocce che porta alla cima occidentale.

Verso la vetta!
La cresta non è affatto banale. Non difficile ma lunga e a tratti esposta sullo strapiombo della parete nord. Niente chiodi. Il Viaggiatore prende impavido la guida scalando con inusuale eleganza. Si sale di conserva facendoci ogni tanto sicurezza "ad minchiam", ma perdendo tempo sbagliando strada. Tuttavia in un'ora siamo sulla cima occidentale, prima tappa di un lungo viaggio. Si beve, si mangiucchia qualcosa ma il tempo stringe e la vetta centrale è lì, alla nostra portata. La risaliamo facilmente (nevaio dolce e piuttosto marcio: sono ormai le due e mezza!) e giungiamo in cima alla vetta centrale, la più alta del Palù. Non c'è tempo da perdere, sappiamo che per scendere verso la cima orientale ci attende una crestina di 150 metri che i racconti danno piuttosto "da brivido". In effetti è così. Meno di mezzo metro di larghezza, il vuoto da entrambe le parti. Il Viaggiatore odia questo genere di siutuazioni, le patisce e perde ogni baldanza. Anche l'assatanato Osterman non gradisce più di tanto. La giornata è peraltro splendida, non una nuvola in cielo. Procediamo facendoci sicurezza (ad minchiam, sempre, 'ché la situazione non consente più di tanto, ma ciò che conta è il conforto psicologico, l'effetto "placebo" della piccozza piantata alla meglio nella neve). Una cosa ci è chiara: proibito inciampare, scivolare et similia. Ci mettiamo una penosa mezz'ora di tempo a superare quei 150 metri di cresta e quando siamo sull'orientale è il momento dei complimenti, dei convenevoli, dei gesti d'affetto. E' fatta! But…

L'innafidabile materiale di Osterman…
La spalla che porta al ghiacciaio è ripida assai e ghiacciata. Il materiale alpinistico che Osterman recupera nei mercatini albanesi è siffatto: ghetta rotta, cinghia ventrale dello zaino kaputt (è legata con spago), ramponi privi di dispositivo antizoccolo. Sulla ripida e non banale spalla i ramponi sicuri sono esiziali. Ergo Osterman non se la sente di scendere faccia a valle e ripiega su  una discesa-calvario faccia a monte; il Viaggiatore (ottimamente attrezzato) inizialmente si adegua bestemmiando come un alpino, poi sceglie la più semplice discesa faccia a valle. Si perde altro tempo e prima di superare la "zona della morte" sono le 15.30. L'ultima funivia parte dal Diavolezza alle 17.30. Scendiamo a rotta di collo dopo aver contattato e rassicurato De Witt che ci attende al rifugio. Alle 17.30 siamo a 50 metri dal Diavolezza e la funivia sta partendo: la prospettiva è di farsi altri 900 metri di dislivello fino al parcheggio. Ma qui De Witt, l'indispensabile, compie il suo capolavoro: pressa l'addetto alla funivia, fa breccia nel rigore elvetico e nell'assoluta devozione agli imperativi della puntualità. In breve, per cinque minuti la funivia, zeppa di persone, attende la coppia dei "Lentissimi (ma fortissimi)". Entriamo in cabina a rotta di collo, stravolti e disidratati, eppure trionfatori, accolti dal sorriso di De Witt. Senza l'apporto del nostro sfortunato compagno ci saremmo sciroppati la discesa fino al passo.

Sotto ci attendono gli alpeggi, la Coca Cola, il meritato relax ed un viaggio in auto senza fine verso il Biellese, dove ci attendono le ridenti magioni del Viaggiatore.

 
Il Viaggiatore anglo-americano

Postato da: fededevita a 15:02 | link | commenti
spedizioni, imprese del gruppo, descrizioni delle gite

domenica, 28 dicembre 2008

Seconda via a destra dello Sperone Centrale

Terminillo, 24/12/2008

Presenti: Luca, Alessio, Michele, Ostermann e De Witt

 

1) Relazione stile “Simone Moro”

Eravamo partiti per compiere una grande impresa: la traversata in solitaria invernale, con occhi bendati e una mano legata dietro la schiena, del Karakorum nel senso della lunghezza. Ma solo un maledetto imprevisto ci ha impedito di puntare al nostro vero obiettivo: avevamo dimenticato la maglia “Liabel” a casa, quella con il cotone all’interno e la lana fuori. Solo chi ha esperienza di alpinismo estremo sa cosa vuol dire sopportare la lana sulla pelle.

Abbiamo perciò ripiegato su un altro obiettivo, meno altisonante forse, ma non meno difficile (e riuscendo a convincere quasi la metà dei nostri sponsor tecnici): il Terminillo.

Si parte battaglieri, e dotati di ogni ammennicolo tecnico: piccozze, ramponi, corde, chiodi, viti da ghiaccio, cordini e tutto quanto si trovi sulla frontiera tecnica dell’alpinismo contemporaneo. Stavolta non è la vetta che conta, già calcata innumerevoli volte, ma il modo in cui ci si arriverà. La meta, questa volta, è il viaggio.

Il risveglio è a ore antelucane, il freddo è già intenso a passo Corese, dove ci fermiamo a raccogliere Alberto “Osterman” e a consumare una colazione fatta di barrette energetiche e integratori liquidi. Nulla va lasciato al caso, soprattutto l’alimentazione: la disidratazione, su queste montagne, è uno dei pericoli più concreti.

Giungiamo a Campoforogna che il giorno ancora deve farsi e sostiamo davanti al muro di neve che sbarra gli ultimi due chilometri di strada verso il rifugio Sebastiani. Un ostacolo che, ovviamente, non può spaventarci: polverizziamo l’immane muraglia a colpi di piccozza e, in pochi minuti, apriamo la strada alla nostra voglia di avventura.

Parcheggiamo e in pochi secondi siamo pronti. Ci avviamo rapidi, in silenzio, come una processione mistica, verso la parete che sbarra i nostri sogni. La neve e alta e si sprofonda fino alla vita. Ma la raggiungiamo in pochi minuti, con passo tenace. La analizziamo velocemente, per individuare la linea più difficile e repulsiva. La scegliamo e ci dirigiamo all’attacco.

Entriamo in un canalino stretto e ripido, quasi verticale. La neve tiene poco e il rischio di una scivolata è concreto. Un volo che si concluderebbe solo a valle. E con un esito letale. Ma procediamo slegati e senza mettere protezioni: il terreno, del resto, non lo permette. La delicatezza dei passaggi ci costringe a un silenzio totale e concentrato.

Arriviamo alla fine del canale e la strada è sbarrata da un salto strozzato tra due quinte di rocce fragili. L’avevamo visto dalla base. Sapevamo che la vittoria sarebbe dipesa dal superamento di questo ostacolo.

Tocca al migliore. Al più coraggioso. Le corde escono dagli zaini. Viene attrezzata una sosta effimera, con la piccozza come corpo morto. Una sosta che rappresenta solo un fragile appiglio psicologico: difficilmente reggerebbe un volo. Ma Luca parte lo stesso, rapido e deciso. Con la forza, l’agilità e la tecnica dei più forti scavalca la strozzatura. Decide di non assicurarsi ulteriormente, anche se uno spuntone roccioso si offre, unico misero aiuto in un deserto costellato solo di difficoltà, rocce instabili e sfasciumi appena incollati tra loro da un velo di neve ghiacciata.

In pochi attimi sparisce alla nostra vista, che restiamo fermi in sosta a combattere il gelo intenso. Sopra le nostre teste vediamo solo il filo della corda che si dipana, mentre pezzi di giaccio e roccia cadono veloci, sfiorandoci sibilando. La corda, improvvisamente, si ferma. Nel silenzio irreale ci giunge la voce di Luca: «Molla tutto!». Ce l’ha fatta. È sopra. Ora tocca a noi.

Siamo quattro e dobbiamo sbrigarci. Il tempo, su queste montagne, è una risorsa preziosa. Decidiamo di procedere usando la corda come una fissa, assicurandoci con un prusik. Solo Fede “De Witt”, ancorato a un esile chiodo infisso nella roccia, partirà legato alla corda. A lui il compito di recuperare il materiale e di combattere per altri, lunghi momenti con il freddo che morde la pelle e penetra nelle ossa.

Raggiungiamo uno dopo l’altro Luca, fermo in sosta sulla aerea cresta dello Sperone centrale. Ha superato un tiro di 40 metri, con difficoltà estreme soprattutto negli ultimi metri, in uscita. Ci complimentiamo con lui, sospesi nel vuoto di questa cresta elegante. Proseguiamo verso la cresta sommatale e la vetta.

Una breve pausa ci restituisce un po’ di vigore. Ma il riposo serve solo a ricordarci che siamo ancora a metà dell’impresa. Ci caliamo con esperta prudenza nel Canalone centrale, bucando cornici che ricordano marosi in tempesta. Questi sono i momenti in cui l’appagamento è in agguato ed è foriero di distrazioni e incidenti. Ma il nostro rispetto per la montagna ha il sopravvento sulla nostra stanchezza.

Arriviamo in fila alla base della parete, che avevamo ammirato già qualche ora prima. Ci raccogliamo in un saluto colmo di gratitudine e di speranza: la speranza che nuove difficoltà e nuove prove generose ci attendano ancora.

E che altri sponsor siano disposti a finanziarci.

 

2) Relazione “ironica ma realistica”

Ormai due cose sono attese in tutto il mondo la vigilia di Natale: 1) che arrivi Santa Claus a portare i doni e 2) che giunga la notizia di un’altra, memorabile impresa alpinistica da parte di quelli de “L’alpinista”.

Anche quest’anno il secondo evento si è verificato, con la puntualità di un appuntamento ormai tradizionale quasi come il panettone. Scegliamo il Terminillo: montagna a portata di mano, ma mai banale, mai avara di emozioni. Difficoltà tecniche, panorami, ambiente a due ore da casa. Una montagna che è come l’Amaro Lucano… cosa volere di più dalla vita?

(In verità Alessio ha rotto fino a due ore dalla partenza perché voleva andare a fare una montagna nuova, anche facile, tanto chissenefrega… du’ ciaspolate e via, senza troppi ingaggi che tanto è Natale…).

Partiamo comodamente: appuntamento alle 7.30 a Passo Corese a prendere Alberto. Sosta al bar a consumare, caffè, cappuccini, bombe alla crema, cioccolata, paste e lieviti vari. Ripartiamo verso le 8.15.

Un’ora dopo siamo a Campoforogna. La strada per il Sebastiani è sbarrata, ma ci hanno detto che forse la aprono. Si potrebbe proseguire a piedi…, ma col cavolo! Aspettiamo comodamente seduti in macchina che una ruspa della forestale ci faccia strada. Parcheggiamo al Sebastiani, ci vestiamo in tutta comodità e alle 10.30 siamo finalmente sotto la parete Est del Terminillo (fortunatamente non si affondava troppo: la neve era davvero molta ma “portava” abbastanza bene).

Discutiamo a lungo sul da farsi. Come al solito siamo carichi di materiale che nemmeno la spedizione italiana al K2: tre corde, chiodi e viti da ghiaccio a profusione, due piccozze a testa. Il motto è il solito: “per scaramanzia è meglio portarsi tutto”.

Nonostante questa profusione di attrezzi tecnici, gli sguardi di molti di noi insistono languidi sul facilissimo Canalone Centrale. Scartiamo la via di misto che percorre lo sperone al centro (“ma che siete scemi? È natale… io voglio tornare a casa a festeggiare”). L’insistenza dei più decisi (cioè di tutti tranne Alessio…) fa puntare il gruppo verso la seconda via di misto che insiste più a destra sullo stesso sperone.

Arriviamo all’imbocco di un canalino che da sotto si intuiva solo, ma non si vedeva. È bello, chiuso e abbastanza ripido: una cinquantina di metri di sviluppo, con pendenza massima intorno ai 50-55 gradi. Davanti è Alberto a battere la traccia.

Alla fine il canale è chiuso da una strozzatura, con poca neve e una roccia affiorante nel mezzo. Ci fermiamo a discettare sulle varie alternative tecniche. In teoria siamo tutti dei campioni. Ogni tanto qualcuno si volta a guardare il canale appena percorso ed esclama “però, mica male! meglio non scivolare proprio qui…”.

Il chiacchiericcio è interrotto da quello che tutti stavano aspettando, ossia dalla voce di Luca che esclama: “vado io: faccio una sosta e parto”. Quindi sotterra una piccozza a corpo morto, mentre Alberto estrae una corda. Luca ci si lega e viene assicurato. Parte, supera la strozzatura piuttosto facilmente, poi scompare alla vista.

Noi fermi nel canale parliamo e scherziamo a tutta voce, tanto che Luca deve ripetere il sua “molla tutto” almeno tre volte… Nel frattempo Fede ha trovato un buon chiodo sulle rocce a destra del canale e ci si è assicurato con un barcaiolo sulla corda. Noi tre restanti decidiamo di fare le cose più in fretta, assicurandoci alla corda con un prusik.

Il tiro risolto da Luca è di una quarantina di metri, ripido e infido all’inizio ma difficile soprattutto in uscita, dove ci sono 4-5 metri di arrampicata su misto non banali (direi un II+ di difficoltà su roccia, però con rocce marce), abbastanza esposti. Il tiro finisce sulla cresta dello Sperone centrale, che si innesta una ventina di metri dopo sulla cresta sommitale del Terminillo.

Luca, oltre a essere l’apritore del gruppo, è anche il fotografo ufficiale. Dalla sosta ci bersaglia di foto chiedendoci pose il più possibile eroiche proprio sul passaggio più delicato: “ecco, fermo così… aspetta… sposta il piede sinistro più a destra se puoi… non puoi? Vabbe’, stai fermo però. Sicuro che non puoi alzare almeno una piccozza, per dare un po’ di dinamica all’immagine? No?”.

Ci riuniamo sulla cresta, scambiandoci arance vegetariane di Osterman, tè balsamico di Alessio e, unica cosa permanete degna di essere ingurgitata, i panini al prosciutto di Federico.

In vetta incontriamo gli unici altri alpinisti presenti in zona, un gruppo guidato dal presidente della sezione CAI di Rieti. Discutiamo animatamente del progetto di costruzione di nuovi impianti di risalita sul versante di Leonessa. C’è uno tra i reatini che è favorevole. Democraticamente, lasciamo che esprima la sua opinione. (Per chi volesse recuperare il cadavere: è sul versante nord, ma occorrerà attendere il disgelo primaverile. La piccozza infissa in fronte è di Michele, siete pregati di restituirla al legittimo proprietario.)

Scendiamo disordinatamente dal Canalone centrale. Il Sebastiani è chiuso e quindi rinunciamo al vero obiettivo della giornata: la polenta al rifugio. Si torna a Roma, soddisfatti e con un vago sentore di Amaro Lucano in bocca…



Postato da: fededevita a 19:19 | link | commenti

lunedì, 04 agosto 2008

OSTERMAN E IL VIAGGIATORE SUL TETTO DELL'OBERLAND

Freeman onthe top

L'impresa fu a lungo agognata. Un blitzkrieg che consentisse di mettere piede nel fascinoso e sconosciuto Oberland bernese, giungere al rifugio e da lì approntare la salita al mitico Finsteraarhorn, il "corno nero di Aar" che con i suoi 4.274 metri capeggia i quattromila di questa splendida regione.

La stagione era stata magra e piena di insoddisfazioni per l'assatanato Osterman e il Viaggiatore angloamericano. A marzo una salita con pelli di foca al Maiori era abortita malamente; una successiva e ambiziosa (Intermesoli e canale Bissolati) due giorni sul Gran Sasso era andata a farsi benedire causa tormente di vento e neve che flagellavano senza soste la celebre zona. Più soddisfacente una salita al Pizzo Deta via Prato di Campoli e, ovviamente, l'impresa invernale sul Murolungo (Long Wall) con apertura dell'inedito couloir  Freeman e il superamento dell'indicibile Petrucci Step (partecipanti Osterman, il Viaggiatore, De Witt, Coolhand Luke Reale e Julius "Iena" Petrucci). A peggiorare le cose l'ignominioso infortunio incorso ad Osterman in solitaria sul Canale Bissolati, con t anto di soccorso in elicottero, nel mese di maggio.

Una stagione invero deludente! Ci si attendeva dunque il colpo d'ala che risollevasse le sorti del gruppo, e in particolar modo del celebre duo. Dunque l'Oberland e il Finsteraarhorn, e nulla di meno.

Appuntamento all'alba del 28 luglio nelle magioni piemontesi del Viaggiatore. Partenza alla volta della Svizzera e arrivo a Fiesch a metà mattinata. Funivia fino a Kuhboden (2.200 metri) e di lì si fila come fusi in direzione di Marjelensee, da dove si attacca il favoloso e leggendario ghiacciaio di Aletsch. Agli occhi del Viaggiatore si apre lo spettacolo grandioso del più lungo ghiacciaio delle Alpi, con i suoi 23 km. I pericoli non mancano: crepacci spaventosi, insidie di ogni genere, dubbi e incertezze di Osterman, provato dall'incidente sul Bissolati e un po' fiaccato nella sua celebre fuducia che rasenta la temerarietà. Il percorso è lungo et accidentato, nessuna palina, né altre segnaletiche. Si procede a naso, confidando nel buonsenso, il che non evita deviazioni e imprevisti che rallentano il cammino. Si giunge comunque alle due morene centrali e le si risale (8 chilometri, signori!) per poi ripiegare a destra, attraversare l'immane colata di ghiaccio (crepacci!) e raggiungere le morene sottostanti il Konkordiahutte, prima tappa dell'avventuroso viaggio, ove giungiamo a metà pomeriggio.

29 luglio. Partenza all'alba sotto la pioggia e discesa dal rifugio per 150 metri lungo una scala verticale che conduce al ghiacciaio. Da qui si risale il ghiacciaio di Gruneggfirn (3 km) fino al Grunhornlucke (3,280 metri), la sella che si affaccia sul ghiacciaio di Fiesch, grandioso e secondo soltanto a quello di Aletsch. Davanti a noi si presenta il Finsteraarhorn in tutta la sua bellezza. Scendiamo dalla sella, attraversiamo il ghiacciaio e, rinfrancati dal tempo che sembra volgere al bello, risaliamo alla Finsteraarhornhutte dove ci presentiamo all'ora di pranzo. Glorioso pasto a base di rostli (vegetariano per il reprobo Osterman). Cena, socializzazione con le numerose cordate presenti, morale alto se non altissimo. Si va a dormire con l'animo pieno di buoni propositi e qualche inevitabile preoccupazione circa gli esiti del l'impresa dell'indomani.

Osterman on the top

30 luglio - the day. Sveglia alle 03.30, parca colazione e alle 04.15 siamo in marcia. Si risale per facile sentiero che porta all'attacco del ghiacciaio soprastante, a tratti ripido e affatto banale. Da lì ci si porta su  una cresta rocciosa (sentiero) e si giunge alla Fruhstuckplatz, da cui si accede al ghiaccaio che scende dal monte. Passaggio critico su breve e stretta cengia (ghiaccio vivo e crepacci sottostanti) da superare con molta, molta attenzione (qui il Viaggiatore, che le cengie patisce, avrà qualche brivido). Si risale su neve i 400 metri di dislivello che portano alla Hugisattel (4.080 metri di quota). E' il nostro momento, a lungo desiderato. La cresta che porta in cima è davanti a noi, bellissima e non priva di pericoli. La salita, nonostante la presenza di numerose cordate, procede spedita. Si super ano punti critici, tratti di neve e ghiaccio con esposizioni da brivido, risalendo con inusitata eleganza. La cresta è impressionante per l'esposizione a est (1.000 metri di caduta nel vuoto) e il ripido pendio a ovest (siamo oltre i 50 gradi). E tuttavia, impavidi, giungiamo sulla stretta vetta verso le 10.00, dove ci esprimiamo reciproca stima. La discesa non è affatto semplice, si procede assicurandoci, tranne che nell'unico tratto di neve e ghiaccio che verrà percorso con sicurezza, consapevolezza e stile a noi inusuale. Dalla Huggisattel in giù è una marcia trionfale. Il rifugio ci accoglie benevolo.

31 luglio - La lunga marcia. Ci attendono 22 chilometri di marcia fino a Kuhboden. Una lunga strada che percorriamo con gioia ma che troverà non poche difficoltà quando giungiamo a Konkordiaplatz e dovremo attraversare più volte l'Aletschgletscher alla ricerca di un passaggio tra i numerosi crepacci. Alle 15 giungiamo in vista di Marjelesee, percorrendo una seraccata impressionante. Alle 17, sfiniti da una strada percorsa all'80 per cento con i ramponi ai piedi, siamo a Kuhboden. La funivia è lì che ci attende, e Fiesch ci appare come un luogo benedetto dagli dei della montagna.

Ce l'abbiamo fatta. Abbiamo risollevato le sorti della stagione con un'impresa faticosa ma bellissima in una delle montagne più belle della Svizzera, classificata PD ma certamente un po' più difficile per il ghiaccio presente sulla cresta finale. Osterman parla di "gita più bella della sua vita"; il Viaggiatore, al suo secondo quattromila, ripensa ai passaggi critici e assapora una soddifazione mai provata in precedenza. Al passo del Sempione ci fermiamo per una fetta di torta. Felici come non mai.

Peter Freeman

Postato da: wuska a 14:47 | link | commenti

lunedì, 07 luglio 2008

Inverno a Gressoney

Nonostante il grande lavoro qualcosina abbiamo fatto:

gressoney - punta Jolanda

Fine Novembre, primi passi di scialpinismo

Cascata Tchampa

Cascata della Tchampa V+ fine novembre

2008-01-09 15-26-00 005

Cascata della Jolanda ... primi di gennnaio ... pazzi???

Sciare sulle piste

Ubriachi di fuoripista... o solo ubriachi sulle piste?

lavorando

Lavoro, duro lavoro...

E a fine aprile e fine stagione scialpinismo con la mia coinquilina. Ma qui non posso publicare nessuna foto per problemi di privacy (già la mia coinquilina è molto famosa)

Grazie Alla Prossima.  Chissá maari in altri luoghi  e altri mondi.

Buona estate a tutti.

Franz

 

Postato da: wuska a 19:05 | link | commenti
imprese del gruppo

sabato, 01 marzo 2008

Inverno Monte Rosa

Aggiornamento situazione meteo

Caldo africano, poca neve primaverile. Attese nevicate in settimana.

Le cascate son cascate tutte.

Un saluto a tutti

Postato da: wuska a 13:38 | link | commenti
previsioni meteo